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Attratti

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di Emilio Greco

a cura di Michelangelo Pavia
in collaborazione con ARS NOVA e ITALIA NOSTRA PALERMO

in mostra dal 27 ottobre al 24 novembre 2013 presso neu[nòi] spazio al lavoro

Introduzione di Aldo Gerbino

Attratti, da Emilio Greco

Tratti, attratti. A tratti, ri-tratti: di ludica compagine linguistica mi parla Michelangelo Pavia per questa piccola, quanto intensa, raccolta grafica di opere incise e confezionate, già nella seconda metà del Novecento, da Emilio Greco. Ciò fatto con il cipiglio di chi gestisce questo luogo, coworking/neu[nòi], agile nel nitore del bianco e felicemente imprintato dalle colonne d’atrio del settecentesco Palazzo Castrofilippo all’Alloro. Ma Michelangelo, mi accorgo, parla con trepidazione dell’opera del maestro catanese, che vive oggi un immeritato silenzio, e ciò – di certo – giova al suo intelletto e al nostro colloquio di catecumeni. Tanti anni fa (1986), curando la rassegna di opere grafiche di Emilio per “Ars Nova” (l’artista aveva fatto dono di questi suoi prodotti), ricordavo delle sue “donne amorose”, pervase da un’incondizionata ellenistica completezza, ma sempre antiformale, e ben concretata nell’attrazione d’un gesto semplice della mano, d’una voluta impervia articolata in una ciocca di capelli. E, ancora, della complementare corporeità in cui amore e passione paiono stemperarsi nel catino di un’armonia lirica, mai stucchevole, sempre irrorata di vibrante levità.

Ricordavo, non a caso, di queste icone femminili immerse nella categoria estetica e lirica di Greco: tra vissuto, cioè biologia e traccia, e segno, marchio; e, se vogliamo, da un sentimento impalpabile, appena toccato dalla grazia. Ricordavo, insisto, quell’ Oro antico delle vigne, lavoro poetico dello stesso Greco del 1978, dove, al di là di certi limiti di ordine poetico, si ritrova supporto e midolla per il suo disegno, per le sue sculture. E nel testo, Forse non fu vano amarci, l’autore fa trasudare, sottile e pregnante, ancora la mano sollevata “sulle ali di Eros”, e poi il corpo tutto nella contigua manifattura di un’opera: una sorta di attività gestaltica in cui l’eufonia del segno e del corpo s’inseguono fuori dal foglio, per completarsi vicendevolmente. Allora, sollecitato anche da Leonardo Sciascia, annotavo come in questi percorsi grafici, la donna, le donne, appaiono abbandonate nel gioco dell’abbraccio (un abbraccio più interiore), spiritualmente vestite di una pudicizia che oltrepassa il rigore formale e rivolta all’esaltazione del desiderio. Più che altro colpisce, in tale rigore classico sotteso, per vocazione e istinto, alla modernità, pur nella fedeltà alla purezza della linea (quella ‘purezza’ che ho riscontrato nel rigore grafico d’un altro maestro del disegno e dell’incisione, Ugo Attardi), la disposizione a movimenti sottili, impercettibili, carichi però di significati emotivi, come il senso dell’abbandono: la disperante dimensione di un piacere sotterraneo e libratile, vera e propria danza liberatoria della materia biologica e della mente; corpo e passione che insistono in un nomade barbaglio di pulsioni.

Per altro non poteva essere eluso, a quel tempo, l’interesse di Sciascia per questo artista. Ragione amicale, ma, forse ancor più, commistione di vocazioni creative. Lo testimonia l’unica prova poetica dello scrittore di Racalmuto, La Sicilia, il suo cuore del 1952, in cui ad accompagnare quei versi non peregrini e già amari, ecco i disegni di Emilio Greco: corpi femminili, figure in tracce decise e pure, pur legate ad una ponderalità primo-novecentesca, gravide, e nello stesso tempo degne d’una carnalità mai scandita sul piano della facile affabulazione, piuttosto dispersa nella pedana di echi appena toccati dalla fragilità d’un sospiro.

[Aldo Gerbino - Palermo, ottobre 2013]

 

 


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