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Le gioie semplici

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di Alfonso Leto
a cura di Giusi Affronti

in mostra dal 13 ottobre al 2 novembre 2012 presso neu[nòi] spazio al lavoro

“La figura è l’effetto di questa manipolazione, di un lavoro che procede a balzi attraverso l’incontro di vari elementi e condizioni, non tutte promosse dall’artista e dalla sua strategia creativa. Altri fattori entrano nella creazione,
solcano l’attività e la sua messa in opera, che rappresenta il punto di coagulo della tensione artistica,
il luogo dell’appuntamento dove si incontrano i frammenti dell’immaginario”.
Achille Bonito Oliva, 2009

Nato a Santo Stefano Quisquina (Agrigento) nel 1956, paese che ha ospitato venticinque anni fa la sua prima personale, a cura di Achille Bonito Oliva e Fulvio Abbate, presso il celebre Eremo di Santa Rosalia e dove vive tutt’oggi, Alfonso Leto è un “anarchico cristiano” e non teme di peccare d’irriverenza se contamina figure e simboli sacri, per lui comunque “apocrifi”, con il suo vertiginoso immaginario da rotocalco o da caricatura.
Con la padronanza di chi sa fare e disfare i codici della comunicazione, Leto si muove con astuzia in un territorio multiforme di materiali, stili e linguaggi percorrendo le principali stazioni della storia dell’arte (dalla Maniera al
Surrealismo) e assicurando all’opera la libertà del gioco e dell’invenzione, la sua virtualità di suggestione di significato, la sua capacità infine di condensare nel rapporto con lo spettatore un’intenzione poetica che attende un suggerimento, una possibilità. Elegiaco e scanzonato, audace e beffardo, percorso da afflati lirici, vitalismi e incursioni nomadi in ogni genere di sperimentazione, doppi sensi e non-sense di matrice dada e concettuale, Alfonso Leto perviene a opere che hanno il valore genuino e immediato della rivelazione. L’incontenibile enfant terrible dell’arte siciliana conserva un sentimento di stupore: religioso, devozionale ed ironico.
Le portate della creatività di Alfonso Leto sono “lavorate ad una temperatura costante […] Non ci sono cibi crudi, tutto viene cotto lentamente e senza drammi, con un’economia di cottura a lunga conservazione”.
Non a caso, è un procedimento creativo inverso quello che sovrintende la realizzazione di “Le gioie semplici”: il disegno non costituisce un esercizio grafico, uno studio, una riflessione teorica preliminare alla stesura di un’opera pittorica. Si tratta di ventidue disegni nati dalla matita di Alfonso Leto nel corso del 2012: il segno è puro, serpentinato e personalissimo. Passare in rassegna il corpus grafico di recente gestazione dell’artista di Santo Stefano Quisquina equivale a sfogliarne un catalogo ragionato: i soggetti sono veri e propri cammei dai suoi più celebri dipinti su tela. Sipari su cui si delineano, ben definite da un sinuoso segno di matita, sagome di famiglie apparentemente felici, dove persino gli animali domestici posseggono l’aureola (Free Love), Cristo addormentato davanti ad un personal computer in un interno domestico senza alcuna traccia del paesaggio del Getsmemani, intense Maddalene dai nerissimi capelli alla maschietta, nasi oversize e lussuosi monili di spine.
Mele rosse e scarpe femminili, latte “eucaristiche” scoperchiate, “A” cerchiate del manifesto di Proudhon, gialli roditori dei cartoons: Alfonso Leto dipana l’intero alfabeto del suo vocabolario di “cose”. Ne “Le gioie semplici”, la barocca polifonia della pittura dalle tinte psichedeliche del Nostro lascia spazio all’essenzialità del disegno in bianco e nero. Alfonso Leto sperimenta rebus grafici irrisolti, gioca con il kitsch e con il pop, contamina ricamo e figurazione, pattern decorativi astratti e grovigli di segni e forme stilizzate. Tutto si svolge in superficie, secondo quel suo tipico sistema delle schermate da computer che si aprono come finestre simultanee dinanzi allo spettatore.
Unico e irriverente tocco di colore è costituito dall’ornamento di oggetti di scarso valore rubati al trantran quotidiano o acquistati in negozietti orientali e bancarelle di piccol’affare: frutta di plastica, coltelli da cucina, spugnette metalliche da massaie, involti di cotone. Una partnership che riscatta la pochezza spicciola delle “semplici cose”: l’opulenta maestria del disegno dell’artista le trasfigura in “gioie semplici” di un fine e sagace osservatore del mondo.

 


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